Elephant: un passato prepotentemente presente

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L’efficacia della Settima Arte, perlomeno di quella pensata e costruita con occhio critico, è sempre stata quella di saper coniugare sapientemente concreto ed astratto, passato e presente, finzione e realtà. Con tutta la violenza che continua a perpetrarsi non solo negli Usa, ma in tutto il mondo, non può che tornare prepotentemente attuale il forte messaggio di denuncia sociale dell’elefante di Gus Van Sant.
Era il 2003 quando uscì nelle sale “Elephant” che, liberamente ispirato al massacro della Columbine High School nel 1999 e all’omonimo mediometraggio di Clarke (1989), racconta una normale giornata all’interno di un liceo americano che, alla fine, viene sconvolta da due studenti che compiono una strage. Questo piccolo gioiello, firmato da un regista forte della sua esperienza maturata da indipendente e lontano dai canoni del cinema mainstream, colpisce per la brutalità cruda con cui ciascun elemento della pellicola (dalla inquadratura alla musica, dai personaggi all’intreccio) riesce a scuotere le coscienze degli spettatori senza la minima spettacolarizzazione, con la sola intenzione di lasciare con l’amaro in bocca.

Partiamo dalla recitazione. A parte pochi attori professionisti nel ruolo di alcuni adulti, Van Sant s’impuntò per avere attori non professionisti, ovvero dei normali studenti che si presentarono al casting dopo aver letto l’annuncio del regista sul giornale. A tutti loro, durante il provino, venne chiesto di raccontare la loro storia: dopodiché, volendo rendere il tutto più naturale e verosimile possibile, si decise che la sceneggiatura doveva limitarsi a descrivere le azioni che gli attori dovevano compiere (lasciando loro completa libertà di improvvisazione sui dialoghi). I personaggi dunque, su dichiarazione dello stesso regista, vennero concepiti solo dopo aver studiato i rispettivi interpreti: a dimostrazione di questo, i personaggi che i ragazzi impersonano hanno il loro stesso nome.

Il film, il cui nme è ispirato al gioco di parole dell'elefant nella stanza, fa largo ricorso ai piani sequenza

Uno dei numerosi piani sequenza del film

Giungiamo poi allo stile registico, il quale è davvero molto particolare. È impossibile non notare l’uso della macchina a mano, che permette al regista di seguire i personaggi attraverso la scuola. I personaggi sono spesso ripresi di spalle grazie a precisi piani sequenza per varie (e allo stesso tempo fondamentali) ragioni. Il primo motivo è senza dubbio che il piano sequenza (cioè un’inquadratura capace di esaurire, senza stacchi, un’intera sequenza) permette di seguire al meglio le azioni quotidiane dei protagonisti, dando un forte realismo agli eventi, come se lo spettatore stesse veramente seguendo i personaggi mentre camminano. La seconda ragione è che un’inquadratura del genere può ricordare un videogioco in terza persona: è facile collegare questo accorgimento a Eric, uno dei due assassini, appassionato di videogiochi violenti oltre che di armi.

Il film prende molti spunti dalla vita reale dei ragazzi che hanno compiuto la strage. Alcune inquadrature del film infatti sono molto simili a quelle del videogioco sparatutto con il quale giocava uno degli assassini

Un frame del gioco sparatutto con il quale si esercita uno degli assassini. Appare subito evidente la similitudine con alcune inquadrature del film

Ecco che ritorna, pertanto, un continuo richiamo alla coscienza dello spettatore, un’alternanza macabra tra realtà e finzione, tra presenza e assenza: questo è particolarmente evidente in alcune inquadrature “fantasma” che portano a una depersonalizzazione dell’inquadratura, dove sono la confusione e il disorientamento a far da padroni.

Esempio di un'inquadratura spersonalizzata dell' "elefante" di Von Sant

Gus Van Sant ha voluto sperimentare molto con questo film, soprattutto con le inquadrature. Questo frame ad esempio è un’inquadratura spersonalizzata

Possiamo poi notare, in aiuto al crudo realismo, anche la fotografia (abile nello sfruttare quasi esclusivamente l’illuminazione naturale in esterni e le luci artificiali in interni) e la colonna sonora ridotta all’essenziale (due brani di Beethoven scelti proprio da uno dei ragazzi attori).

Inoltre, il film ci offre diverse possibilità di interpretazione. Al solo leggere il titolo si rimane spiazzati: bisogna infatti essere a conoscenza dell’espressione tipicamente anglosassone elephant in a room – cioè elefante in una stanza – con la quale si indica un problema molto noto ma di cui nessuno vuole discutere e interessarsi.

Ci vengono poi presentati vari tipi di studenti che potremmo incontrare in una scuola: c’è chi è appassionato di fotografia, chi di football americano, il gruppo di ragazze pettegole, la ragazza emarginata e via dicendo. In mezzo a loro vediamo anche la giornata dei due assassini, i quali però vengono presentati come se fossero uguali a tutti gli altri (tanto che noi non sappiamo fino alla fine chi sono gli assassini): questo perché il loro acquisto delle armi è normale negli Usa, talmente normale che viene ignorato, preferendo dar spazio a problemi irrilevanti e spesso inutili. Alla stessa maniera è sviluppato il film: l’acquisto delle armi è una scena breve, non sappiamo quali sono le cause che hanno spinto i ragazzi a compiere il massacro e il resto del film è colmo di dialoghi comuni e riguardanti gli argomenti più vari. Gus Van Sant accenna solamente le possibili motivazioni dei giovani, preoccupandosi molto di più di mettere in luce il vero problema: negli USA la vendita delle armi è un pericolo, i ragazzi non sono controllati ed educati a dovere, non c’è sicurezza. Solo un enorme, gigantesco elefante che proprio uno dei due assassini ha disegnato e appeso al muro della sua stanza: l’elefante dell’indifferenza, della violenza, del paradossale.

L'ipocrisia che circonda gli americani quando si parla di compravendita di armi viene messa al centro dell'inquadratura simboleggiata dall'elefante nella stanza di uno degli assassini

L’elefante nella stanza di uno degli assassini, simbolo visibile di quella velata ipocrisia che gli americani hanno quando si parla di armi

Infine è da notare la freddezza con cui la storia viene messa in scena. Ci è impossibile affezionarci ai personaggi, dati i numerosi punti di vista presenti e il distacco nella narrazione e nelle modalità di regia. Sappiamo già quello che sta per accadere e continuiamo a vederlo come se fosse scontato e irrimediabile. Gus Van Sant fa molto di più di quello che la trama del film presenta: egli dispiega ai nostri occhi un mondo, non solo americano, dove siamo assuefatti alla violenza, è parte della nostra vita al punto tale che non riusciamo a reagirvi contro.
Non è un caso che, a Cannes, il film riuscì a vincere la Palma d’oro per il miglior film e il premio per la miglior regia. La giuria dovette addirittura chiedere una deroga al regolamento, dato che questo vieta di consegnare entrambi i premi allo stesso film. “Elephant” è molto più di un film. È un manifesto di protesta, un inno alla vita, un pugno in faccia all’indifferenza che permea la vita di ognuno di noi. Una pellicola dove il singolo elemento è un grido verso una più riflettuta coscienza sociale: a portarsi questo peso sulle spalle, tuttavia, non è l’elefante di Van Sant. È l’elefante che sta nella stanza di ciascuno di noi, in attesa di essere finalmente soppesato col giusto giudizio.

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