Rapporto di minoranza: il salto in avanti di Spielberg

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Conosciamo il pluripremiato regista Steven Spielberg per capolavori di successo internazionale quali Lo Squalo (1975), E.T. (1982), Jurassic Park (1993) e Schindler’s List (1993): straordinario regista dalla perspicacia realizzativa davvero ingegnosa, ma anche geniale innovatore dal punto di vista tecnico, nel 2002 ha dato vita a un film del tutto particolare e abbastanza sottovalutato quale Minority Report (“il rapporto di minoranza”).

La Trama

La pellicola racconta della “Precrimine”, un sistema di controllo basato sulle premonizioni di tre individui – i cosiddetti precog – tenuti in stato di semi-incoscienza e capaci di individuare in modo apparentemente infallibile i futuri omicidi: questo sistema è gestito dal capitano Anderton (Tom Cruise). Tutto cambia quando i precog hanno un’altra visione, ovvero quella del capitano Anderton che uccide un uomo. Il poliziotto, non conoscendo la sua vittima o il movente che lo spingerà ad agire, fugge sconvolto. Mentre è ricercato dalla sua stessa squadra, prova a chiedere spiegazioni alla creatrice dei precog. Anderton viene così a sapere che, di tanto in tanto, uno dei precog vede le cose diversamente dagli altri due, in quello che viene chiamato un “rapporto di minoranza”: grazie a questi rapporti, gli individui accusati potrebbero avere un futuro alternativo, eppure essi vengono distrutti per salvaguardare la credibilità della Precrimine. Ad Anderton non resta altro che intraprendere una feroce corsa contro il tempo per recuperare il suo rapporto di minoranza ed essere scagionato.

Un groviglio di sguardi

Il motivo principale per cui non si dovrebbe sottovalutare un film del genere è sicuramente l’eccellente originalità dello sviluppo narrativo. Infatti, come è palese, nel cinema post-moderno non vanno granché di moda le trame lineari, chiare e precise. Ellissi, flashbacks, molteplici punti di vista: sono tutte ottime strategie per dare quel tocco di originalità in più alle storie. Mai nessuno, tuttavia, è stato capace di raccontare una storia come quella di Minority Report.

Si capisce fin dalla trama che la narrazione è costruita su molteplici livelli, dove l’intreccio e la fabula hanno un rapporto intricato e non particolarmente semplice. Minority Report non soltanto inizia con un flashforward (cioè con un’interruzione della successione cronologica del racconto per raccontare ciò che avviene in seguito), ma rende il flashforward il vero protagonista all’interno del quale si sviluppano le vicende. All’inizio della pellicola non viene semplicemente svelata la conclusione della storia o una sua parte, come accade invece in tanti altri film (ad esempio nell’acclamato ma controverso “American Beauty”): è il “salto in avanti” che si scontra violentemente contro il “rapporto di minoranza”, è l’incertezza del futuro a scatenare e a stravolgere il presente. È la trama stessa a delinearsi attraverso un futuro inevitabile, la lotta col passato e la fuga dal presente, senza che lo spettatore possa perdersi attraverso i diversi archi temporali presenti. Sono state poche le storie di questo tipo che, soprattutto del genere fantascientifico, sono state presentate ai nostri occhi così vivide, seppur in un alternarsi di mezze verità e calunniose bugie.

Inoltre, nei film d’azione dove Tom Cruise è il protagonista non ci si aspetta di trovare morali o approfondimenti esistenziali d’alcun tipo. In questo film, tratto dall’omonimo racconto di Philip Dick, è predominante una complessa riflessione sulla giustizia e sulla sorveglianza. Il “rapporto di minoranza” nella pellicola è una vera e propria allegoria della libertà etica individuale all’interno di un contesto distopico di alienazione quasi totale. È giusto punire le sole cattive intenzioni? Quanto si può invadere la privacy per la sicurezza del bene superiore? Queste sono solo alcune delle domande complicate che il film, se riflettuto con ponderazione, porta alla luce.

Il Lato tecnico della pellicola

Lo stile registico di Steven Spielberg non può non essere preciso e curato: il ritmo e il montaggio sono serrati, tipico del thriller d’azione (più di una volta ci sono tributi ad Hitchcock e Kubrick). Suo è anche il merito di aver reso un film fantascientifico un “noir” in vecchio stile anni ’40: ritornano infatti elementi quali l’ambientazione cittadina notturna/ambigua, un ampio uso degli effetti luministici, uomini in difficoltà e donne misteriose.

Effetti visivi di luci e ombre per la messa in scena del "rapporto di minoranza"

Emblematico riferimento al genere noir del cinema classico: in particolare, l’ampio uso di effetti luministici e di giochi di ombre e luci.

 

Spielberg, con questa inquadratura, decide di citare esplicitamente uno dei suoi maestri (e anche più stretti amici)...

Questa inquadratura è un esempio di citazione esplicita a uno dei maestri (e stretti amici) di Spielberg…

 

Dal rapporto di minoranza ai Drughi!

…la scena ricalca esattamente i passi di Alex, il protagonista di Arancia Meccanica (Kubrick, 1971)!

 

È la fotografia però che, più di tutto, affascina: inquadrature “gelide”, con colori volutamente de-saturati, al fine di rendere il più chiaro possibile il clima di una società alienata e alienante verso la quale ci stiamo dirigendo.

La fotografia de-saturizzata di "Minority Report" (Spielberg, 2002)

Un’inquadratura tratta da Minority Report. Per la gran parte del film, la fotografia presenta una de-saturazione dei colori più scuri come il blu, privilegiando illuminazione dura e ombre marcate.

 

La scelta della fotografia in Minority Report

Un’inquadratura tratta da Minority Report. Questa è una delle poche inquadrature che presentano una fotografia con colori accesi e figure più rischiarate: dato che è presa dal finale del film, è possibile spiegarne il motivo con la morale “c’è sempre speranza, prendi in mano il tuo destino”.

Troviamo poi un’autocritica molto sottile: le visioni dei precog, facilmente manipolabili per loschi fini, non sono altro che un’allegoria dell’intera Settima Arte, la quale è basata proprio sull’inganno maestro che il montaggio può generare sulla realtà che percepiamo. Tutto ciò è reso particolarmente evidente proprio grazie ai nomi dei tre precog, che richiamano quelli di tre famosi maestri dell’inganno e del giallo letterario: Agatha (Agatha Christie), Arthur (Arthur Conan Doyle) e Dashiell (Dashiell Hammett).

Figlio della distopia

Debitore di grandi classici della letteratura distopica (da Orwell a Huxley), nonché di grandi cult fantascientifici come “Blade Runner”, “Minority Report” è senza dubbio un film ardito nella sua complessità strutturale: soprattutto, ha l’enorme pregio di non spiegare troppo, lasciando allo spettatore una minima interpretazione personale di ciò che vede (senza ricadere nel “troppo discorsivo” di Matrix, ad esempio). La morale che ci presenta è forse “scontata”, ma ci viene presentata attraverso molteplici filtri e artifici per niente facili. Non ci si può sostituire a Dio, non si può sapere cosa riserverà nel dettaglio il futuro. Allo stesso tempo, tuttavia, non bisogna dimenticare che esiste per tutti un “rapporto di minoranza”. Basta solo esserne consapevoli.

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