Il tricolore: cronache di un’Italia divisa

Politica

Written by:

Pochi giorni or sono si è celebrata la settantaduesima Festa della Repubblica, quest’anno caratterizzata particolarmente dalle ambiguità e continuo mutare della situazione politica recente. Ciononostante milioni di persone hanno seguito con attenzione le immagini dell’imponente cerimonia romana e molti altri hanno preso parte alle varie manifestazioni locali nelle città italiane addobbate con vessilli colorati: bandiere regionali ed eurocomunitarie presenti all’appello, ma ad imporsi sulla scena in questa occasione è (giustamente) il tricolore. Appeso ai palazzi, sfoggiato all’occhiello, cosparso in cielo da aerei militari ma altresì rivendicato come simbolo fazioso da parte di alcune delle forze parlamentari. Tale politicizzazione non rappresenta una novità ed affini aneddoti storici insegnano come la strumentalizzazione di una certa simbologia risulti efficacie nel plasmare visione politica e percezione identitaria del popolo, perfino in occasione del referendum del 2-3 giugno 1946. La consultazione fu infatti caratterizzata dalla contrapposizione simbolica dello stemma sabaudo da un lato e l’Italia turrita (personificazione nazionale nell’aspetto di giovane donna) dall’altro, e questa scelta causò diverse polemiche in quanto tale allegoria assumeva e assume tuttora un significato unificante atto ad identificare gli italiani tutti e non una specifica parte politica.

Ebbene, il 27 Maggio il capo politico del Movimento Cinque Stelle effettua una chiamata in diretta a Che Tempo Che Fa annunciando di voler “parlamentarizzare questa crisi istituzionale utilizzando l’articolo 90 (…) perché [così facendo] evitiamo atti che io scongiuro nella popolazione”. Rincara poi la dose Di Battista in comizio a Fiumicino: “Occorre mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica per attentato alla Costituzione”, di questi tempi non lui ma “NOI abbiamo garantito l’unità nazionale” e gli animi si scaldano, tanto in piazza quanto soprattutto sui social, fino a quando Di Maio pubblica in un video intitolato “È l’ora della mobilitazione. Ho bisogno del vostro aiuto!” in cui esordisce attaccando il Presidente della Repubblica, colpevole (a giudizio suo e di molti di quell’area politica) nella “notte più buia della democrazia” di aver sabotato la formazione del governo. Egli chiama dunque “tutti gli iscritti [al Movimento] alla mobilitazione” per “smontare tutte le bufale e le falsità” in una situazione “gravissima” nella quale il Quirinale avrebbe cercato la “rottura solo per impedire di mettere mano alle pensioni doro” e impedire ai 5stelle di togliere “potere alle lobbies”, con modalità comunicativa accorata e dai toni invocanti una vera e propria resistenza a quanto concepito come una sorta di colpo di stato, concetto evocato numerose volte sul web tra gli attivisti. “Non possiamo rimanere a guardare, dobbiamo reagire subito e con fermezza. Appendete la bandiera e tiriamo fuori l’orgoglio di essere cittadini italiani. [Postate] una foto vostra, della costituzione, del tricolore (…) e invito tutti a venire a Roma con la nostra bandiera italiana. (…) Inondate i social di messaggi d’orgoglio italiano. (…) Noi al governo ci andremo, questa è una promessa”.

Sebbene la grammatica da più fronti bollata come populista fosse già propria del linguaggio grillino, tali attacchi e mobilitazioni prendono forma con modalità che in un momento di simile tensione sociale fanno trasparire una virata a destra del Movimento per quanto riguarda l’utilizzo dei simboli nazionali nella narrazione politica o l’evocazione strumentale di un orgoglio dettato dall’italianità. Insomma, se i timori a tratti sensazionalistici per una violenta “marcia su Roma” sono subito sfumati, anche grazie ai richiami degli stessi leader Cinque Stelle alla prudenza (lo stesso Di Maio nel video pronuncia: “Tutto quanto è possibile, pacificamente”), trasformandosi in semplici critiche alla concezione di Stato del fronte populista da parte di un’opposizione in crisi esistenziale, è d’altro canto impossibile non notare che una certa modalità con cui i temi patriottici sono stati ultimamente presentati quali mezzo di emancipazione per il popolo percepito come oppresso dalle oscure trame dei grandi della finanza, organizzazioni politiche internazionali o figure istituzionali giudicate traditrici del volere popolare, non sia più prerogativa di gruppi di destra radicale. Avviene dunque la divisione più o meno implicita tra fronte del popolo e fronte a servizio dei poteri opprimenti. 5 Stelle da un lato e PD dall’altro, ovviamente. Con i primi pronti a investire in un’alleanza di scopo con la Lega e viceversa. “Se Salvini non chiedesse l’impeachment si dimostrerebbe pavido” afferma Alessandro Di Battista ospite di Lilli Gruber.

Per mettere in  moto la retorica patriottica servono dei simboli. Uno tra tutti la bandiera. Un altro la data della Festa della Repubblica. Intrecciati abilmente, in vista di ipotetiche elezioni a breve termine, al fine di trasformare la giornata di sabato in una grande manifestazione popolare dal sapore di riscatto sociale del “popolo tricolore”. Sin da quando nel 1949 il 2 giugno fu definitivamente dichiarato festa nazionale quel tricolore adottato con bande orizzontali per la prima volta come bandiera da parte di uno Stato sovrano, la Repubblica Cispadana, nel 1797 e introdotto l’anno seguente nella sua versione a bande verticali da parte della Repubblica Cisalpina, ha rappresentato per gli italiani tentativo costante di unità, anche nei tempi nei quali la questione settentrionale e le battaglie di secessione avevano relegato la prima Lega al ruolo di partito grottesco riluttante ai simboli unitari mentre gli altri italiani ne riconoscevano il valore specialmente durante festività nazionali. Partentesi vessillologica a parte, l’odierno tentativo di divisione costituisce una frattura ampia ma ramificata in numerose lacerazioni sociali, culturali, generazionali e geografiche sottostanti.

Bandiera Italiana e dell’Unione Europea.

Ad ogni modo la risposta dei democratici non si è fatta attendere e dalle pagine dei quotidiani è riecheggiato l’appello alla mobilitazione “in difesa delle istituzioni democratiche e della Costituzione” (muniti sia di tricolore che di bandiera stellata Europea, qualcuno ha poi proposto poi in rete) e in quelle ore sono comparse decine di messaggi d’odio sul web (che non costituiscono una novità in sé, se non per la mole di utenti che istintivamente vedevano negli accadimenti fiamma d’innesco per fare esplodere quel rancore nei confronti delle istituzioni e della coalizione di centrosinistra, in un momento nel quale il PD non aveva né meriti né colpe). Come commento più votato all’articolo in merito alla contromanifestazione democratica sul Messaggero troviamo: “Il Pd ha tradito la patria, insieme a Mattarella…. un tempo era prevista la fucilazione per questo reato. Il popolo si esprimerà coerente, vogliamo il cambiamento! Non l’avete capito?”; anonimo.

Le offese e minacce si sono estese poi via Twitter al presidente in persona. Tra le altre, poi eliminate:

Le parole “ministri in tempi strettissimi” di #COTTARELLI svelano la premeditazione del piano di #Mattarella per soverchiare il voto popolare. Peccato che la mafia abbia ucciso il fratello e non questo golpista – (@AndMezzaVezzoli)

Conte rinuncia all’incarico. Siamo in dittatura. Se questo non è sufficiente a far scendere milioni di patrioti in strada e cacciare Mattarella allora ci meritiamo di essere una colonia tedesca.#MattarellaDimettiti – (@ClaudioPerconte)

Questi messaggi pericolosissimi rischiano tuttavia nelle ore successive di cadere nel ridicolo, quindi nell’impunità, se si pensa a quanto gli animi si siano poi smorzati bruscamente e inaspettatamente quando Lega e Movimento accolgono le preoccupazioni del Colle, nonostante le contraddizioni necessarie a compiere questa scelta. In un’intervista a Fanpage Di Maio ridefinisce la mobilitazione di massa come “una piazza non contro il Quirinale ma a favore dei diritti”, una “chiamata pacifica per tutti i cittadini che vogliono incontrarsi” ed è in questo scenario di dubbia coerenza e di rapidi cambiamenti di trama tra buoni e cattivi che sottrarre un simbolo comune all’avversario politico diventa scelta strategica e divisione e delegittimazione come strumento di propaganda si fanno efficaci almeno fino a quando i bersagli della demonizzazione non cambieranno di nuovo.

Sempre che l’intesa di governo non vada a cementare soprattutto tra gli elettori grillini più politicamente volubili un’idea di stato, diritti e cittadinanza tipicamente nazionalconservatori. Allora la politica, almeno in Italia, inizierebbe davvero a giocare con carte diverse.

Il Presidente della Repubblica Mattarella riceve il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte.

D’altro canto responsabilità della divisione sociale sono anche imputabili a quella parte di centrosinistra abdicante al proprio ruolo di promotore dell’inclusione sociale mentre rivendica con un certo orgoglio l’appartenenza o meno a questo o quel gruppo di cittadini. Dalla parte della ragione deridendo santoni e no-vax, dalla parte di Saviano non solo contro le mafie ma, con un certo snobismo, contro quell’ignoranza causa di omertà a giustificazione del malaffare, le persone comprendenti l’economia contro i complottisti, applicando questa dialettica antipedagogica in un contesto nel quale anche i simboli che dovrebbero unire, vedasi Scienza, Antimafia, ONG e infine anche il tricolore e la Presidenza della Repubblica, diventano simbolo distintivo.

Bandiere del Partito Democratico (i cui colori ufficiali sono per ironia della sorte proprio gli stessi del tricolore) che sventolano in piazza.

Renzi scrive pochi giorni fa: “Meglio essere divisivi e mandare avanti il Paese che tenere tutto fermo come è accaduto in passato per lunghissimi anni”. L’autocritica arriva da sinistra con Cuperlo che in Direzione Nazionale risponde: “penso che in quella lettura sia incisa la nostra sconfitta. Nel senso che avere diviso il nostro campo e la società italiana è stata tra le cause prime del crollo (…) e credo sia stato un errore non evitare in ogni modo la saldatura tra un movimento carico di ambiguità e una destra nazionalista. Quel messaggio: -Hanno vinto. Adesso se sono capaci governino- ha negato una sinistra che il fronte avversario aveva sempre provato a dividere e mai a saldare”.

Un’Italia che non trova la propria coesione ad alcun livello della frattura sembra unirsi infatti (anche se, comunque, facendo fede ai risultati elettorali ciò varrebbe solo per due terzi dei votanti) nel nome di questa grezza ma apparentemente inossidabile coalizione, voce narrante di una decantata unione tra gli oppressi al fine di riscattare libertà, autodeterminazione, sovranità e orgoglio con il cosiddetto Governo del Cambiamento.

Forse è anche a causa di questa fiducia che con il ritorno di Conte al Colle il clima di odio precedente viene così presto ingerito. Le lacerazioni tuttavia permangono a scalfire l’affaticato corpo tricolore del nostro Paese, per quanto esso stia ricominciando a camminare dopo mesi di stallo. Dove si giungerà e a quali costi non è dato sapere e se le divisioni continueranno ad incancrenirne le membra è ancora tutto da vedere.

Intendiamoci, l’opposizione dialogica è lievito per la democrazia. Dal momento in cui vi sono visioni divergenti in merito a qualcosa nasce la necessità di far rientrare gli argomenti degli interlocutori in certe categorie così da poter classificare e distinguere le diverse posizioni e ciò sancisce sempre la demarcazione tra “me e te” o “noi e voi”. È altresì vero però che, soprattutto nel confronto democratico, se l’autocelebrazione, il tentativo di demolire la dignità altrui e la brama di consenso crescono a tal punto da fagocitare il merito del discorso, la sterilità del dibattito è il solo risultato ottenibile insieme all’astio reciproco.

Dunque la politica della comunicazione rapida, del concetto semplice da consumare sotto forma di indignazione o speranza in fretta e furia, significa inevitabilmente anche “politica del fuoco di paglia” con la quale il tricolore, per quanto politicizzato da logiche faziose, verrà sempre e solamente strattonato dal rapido mutare degli animi facilmente infiammabili (e come abbiamo visto subito dopo facilmente placabili) di leader politici, cittadini e leoni da tastiera vari.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *