Povertà assoluta: davvero è la più alta dal 2005? Ecco qualche dato

Cronaca

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Nella giornata di ieri, praticamente qualsiasi quotidiano o telegiornale ha diffuso la notizia del rapporto Istat sulla povertà, affermando che i livelli di povertà assoluta siano i più alti dal 2005. In rete, in particolar modo su Twitter, si è scatenata una polemica su tale affermazione che – secondo molti utenti e giornalisti – non sarebbe supportata dallo stesso rapporto dell’Istat.

La contestazione maggiore riguarda proprio il fatto che il dato della povertà assoluta del 2017 – 6.9% delle famiglie per un totale di 1.778.000 famiglie – sia stato diffuso come il più alto dal 2005. Mattia Feltri, giornalista de La Stampa, fa notare attraverso il suo profilo Twitter che nel 2013 l’Istat aveva calcolato 2.085.000 famiglie in povertà assoluta (il 7.9%), confutando la tesi (diffusa anche dallo stesso report dell’Istat) che vede questo dato record rispetto al 2005.

Innanzi tutto va chiarito cosa si intende per povertà assoluta. Come affermato dalla stessa Istat, la povertà assoluta indica “L’incidenza della povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza).”

La cosa fondamentale da tenere presente quindi è che i parametri per il calcolo di questa statistica vengono aggiornati di anno in anno per adeguarsi al contesto socio-economico che, appunto, varia da un anno all’altro. In quanto statistica, va anche ricordato che si tratta di una stima. Per quanto indicativa e il più possibile precisa, non combacerà esattamente con il dato reale né ha la pretesa di farlo. Tali cambi di parametri rendono molto complesso il paragone tra gli anni, appunto perché non si basano su parametri perfettamente identici. I parametri usati dall’Istat sono cambiati nel 2014, rendendo quindi ancor più difficile il paragone secco con gli anni precedenti.

I dati precedenti al 2014 – anno in cui sono cambiati i parametri – sono stati ricalcolati in questa tabella

Oltre ai meri numeri e alle dispute su questi – utili in realtà a sbandierare slogan dal politico di turno – un esercizio più utile è provare a vedere quali sono le cause che vedono 5.058.000 persone in questo stato di grave povertà.

Un primo dato rassicurante è l’intensità di povertà, ovvero la stima di quanto una famiglia sia sotto la soglia di povertà. Questo dato rispetto al 2016 è stabile al 20.9%, indice che non sono peggiorate le condizioni di vita delle persone ma che sono aumentate le persone che si trovano in questo stato.

Rispetto al 2016 infatti la povertà assoluta è cresciuta del solo 0.6% (dal 6.3% al 6.9%), un dato che l’Istat non reputa molto significativo per due ragioni. La prima è che un aumento dello 0.2% è attribuito all’inflazione dei prezzi registrata nello scorso anno, che quindi non indica un aumento di persone povere. La seconda è che nel report del 2016, la stessa Istat aveva giudicato statisticamente non rilevante un aumento dello 0.3%, attribuibile quindi più alla variazione dei parametri che a un effettivo aumento di persone povere. Da ciò possiamo dedurre che rispetto agli ultimi anni, la povertà in Italia sia rimasta stabile, senza subire per fortuna aumenti. Anzi, rispetto al 2013 è diminuita di un punto percentuale.

Altro dato interessante, come fatto notare su Wittgenstain da Luca Sofri, è che non sono aumentate le famiglie povere italiane, ma quelle straniere. Citando direttamente dalle sue riflessioni: “Il rapporto mostra che la percentuale di povertà assoluta è molto alta – rispetto alla media – tra le famiglie residenti composte da stranieri, il 29,2%. Naturalmente queste famiglie sono molte meno di quelle composte da italiani (circa un quindicesimo), ma la percentuale è così alta da alzare la media nazionale, che altrimenti tra le famiglie di italiani sarebbe del 5,1%, e portarla appunto al 6,9%”. 

Tuttavia un problema povertà resta visto che coinvolge 5 milioni di residenti in Italia. L’Istat fa notare che la povertà non è dovuta a salari bassi, ma alla disoccupazione. Nel report infatti si legge che “A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati”. Non è tanto quindi un problema di salari – gli unici lavoratori a rischio povertà sono infatti le famiglie con persona di riferimento operaia – ma di mancanza di lavoro. L’Istat sottolinea inoltre come la maggioranza dei disoccupati abbia caratteristiche ben precise: mediamente sono infatti senza lavoro persone del Mezzogiorno con una scarsa, o nessuna, scolarizzazione e/o specializzazione.

Come era facile prevedere, il Mezzogiorno è l’area più colpita dalla povertà ed è triste pensare che sia ormai una cosa scontata e che quasi non faccia più notizia. Il fatto che il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico sia del Sud potrebbe essere un motivo in più per focalizzare l’attenzione politica verso quest’area. La presenza di una grande azienda in difficoltà come l’Ilva è sicuramente un modo per tenere alta la concentrazione su questo tema.

Il secondo motivo, ed il più preoccupante, è la bassa scolarizzazione o specializzazione lavorativa. Questo problema è di difficilissima soluzione e rappresenta una sfida cruciale per molte aree del Paese. In una situazione lavorativa come quella attuale, chi ha un titolo di studio molto basso, o addirittura non ne possiede, spesso ha solo accesso a lavori male retribuiti o poco tutelati. Per queste persone di fatto non esistono possibilità di migliorare la propria condizione e anche per eventuali figli riuscire a ottenere un diploma o una laurea è un’impresa molto complessa. Il problema è più di tipo culturale che economico, dunque la soluzione non può essere progettata nel breve periodo, ma con uno sguardo che sia di medio-lungo termine. I primi risultati potrebbero quindi vedersi tra 7 o 10 anni, un tempo lunghissimo per le carriere politiche. Ma non per i fenomeni sociali o economici.

Verosimilmente, queste sono anche quelle fasce deboli di popolazione che si sentono minacciate dall’arrivo di manodopera immigrata che, appunto, ha una istruzione o specializzazione pari alla loro. Sul tavolo ci sono da tempo proposte molto diverse per questo problema – dal reddito di cittadinanza a quello di inclusione, dalla flat tax all’aumento del salario minimo – che presentano ognuna una visione diversa del problema. Al momento, nessuna di queste è nella forma attuale la soluzione al problema. Quella sulla povertà resta una battaglia molto importante per il Governo, di qualunque colore esso sia, e su cui andranno date risposte che non potranno essere semplicistiche.

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