Gli Album da ascoltare per l’estate: le scelte della redazione

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L’estate è da sempre quel periodo dell’anno nel quale la musica si imprime di più nelle nostre orecchie. Chiunque di noi ha una canzone, un album, un artista che lega indissolubilmente a un’estate in particolare. Momenti di gioia – o anche di malinconia per un amore finito – che si incidono per sempre nella nostra memoria anche grazie alla colonna sonora di quel periodo. Ognuno di noi nella redazione ha perciò scelto un album al quale è in qualche modo legato e che vi consigliamo di ascoltare quest’estate.

Vivere o Morire – Motta (2016)

Di Simone Foresti

“Perché sei come me: più sei leggera meno sei superficiale” canta(va)no i ragazzi de Lo Stato Sociale e se l’estate sotto molti punti di vista rappresenta proprio la stagione della leggerezza e della spensieratezza, d’altro canto credo che agli immancabili tormentoni latinoamericani e ai dissing digitali tra trapper sia possibile accostare musica anche più ricercata per quei momenti che, proprio in virtù del clima vacanziero, rendono possibile fermarsi e pensare. A tal proposito penso valga la pena di spendere una mezz’oretta nell’ascolto dell’ultimo album del cantautore toscano Francesco Motta, Vivere o Morire, datato 2018, conseguenza temporale e artistica di La fine dei vent’anni (2016). La maturazione musicale e artistica del polistrumentista e cantautore segna, infatti, da un lato il passaggio dagli sfoghi di turbe giovanili e amorose a riflessioni col senno di poi in merito al proprio vissuto – ripescando tra ricordi e pensieri legati a famiglia, relazioni terminate e altre poi sbocciate felicemente – e dall’altro l’evoluzione dallo stile di cantautorato folk con strascichi alternative rock e sperimentali ad un più cristallino indie-pop (eccezion fatta per la stupefacente opening track Ed è quasi come essere felice, composta e rilasciata come singolo prima delle altre, evidentemente collante con l’album precedente). L’album intero pare infatti pensato tanto musicalmente quanto dal punto di vista dei testi come serie di riflessioni poste in progressione: dal primo brano alla novità stilistica delle canzoni seguenti e poi ancora dalla malinconia nostalgica del blocco La nostra ultima canzone/Chissà dove sarai agli affettuosi toni di speranza sul finale. Dal cupo al candido, dal sofferto dei sentimenti celati ai voli pindarici riguardanti amori che furono, fino alla tenerezza di confidenze da figlio a padre. Perché da tutto ciò, dal Vivere o morire e dal tempo che scorre passa il mistero dell’essere umani, come certe notti estive passate ad ascoltare musica possono ricordare. Buon ascolto.

The Stage – Avenged Sevenfold (2016)

di Valentina Bignamini

Uscito a sorpresa a fine ottobre 2016, The Stage è il settimo album in studio e il primo con il nuovo batterista Brooks Wackerman (Bad Religion).

Si potrebbe dire che questo sia il primo concept album della band, incentrato sui temi dell’intelligenza artificiale e dello spazio.

The Stage, canzone che apre e dà il titolo all’album, è rivolta verso l’aspetto umano (prendendo nel videoclip ufficiale anche un risvolto politico, con le marionette di controversi leader mondiali), con un accenno al tema dell’evoluzionismo. Si procede da lì, andando ad esplorare la possibilità di una guerra nucleare (Sunny Disposition), le fallite imprese della NASA e l’esplorazione dello spazio (Higher Fermi Paradox), con una strizzata d’occhio al passato – una delle canzoni a mio parere più belle dell’album, Roman Sky, è interamente dedicata a Giordano Bruno.

In chiusura all’album, Exist, dalla durata di più di 15 minuti, in collaborazione con Neil DeGrasse Tyson, che narra il segmento finale con il sottofondo musicale, incentrato sull’uomo, la Terra e il cosmo.

Fra la potente voce del frontman, i riff di chitarra elaborati e un nuovo innovativo batterista, gli Avenged Sevenfold non deludono, ed invitano, attraverso la musica, a riflettere su ciò che siamo in quanto uomini, e molto di più.

Rumours – Fleetwood Mac (1977)

di Luca Mannea

Rilassante, dal suono leggero e allegro, non impegnativo e davvero molto famoso. Tutto questo è Rumours, leggendario album della band anglo-americana Fleetwood Mac del 1977, considerato all’unanimità come l’opera di maggior successo del gruppo e uno degli album più venduti di tutti i tempi: la stessa rivista Rolling Stone lo colloca al 25º posto nella classifica degli album più importanti della storia. Ottimo per i momenti più rilassanti di questa estate (e non solo), magari sotto l’ombrellone dopo un buon pranzo in spiaggia, o forse come deliziosa musica di sottofondo durante una grigliata tra amici, perché no?

Live in Roma – Premiata Forneria Marconi e Ian Anderson (2010)

di Giovanni Locatelli

Il 9 novembre 2010 in occasione della manifestazione “Prog Exhibition”, al Teatro Tendastrisce a Roma, Ian Anderson e la Premiata Forneria Marconi si sono uniti per celebrare i 40 anni del prog rock italiano. Per la gioia delle nostre orecchie, la PFM ha avuto il buon senso di registrare un album live, e il risultato è un capolavoro del rock progressivo. Per una durata complessiva di un’ora e ventinove minuti, il disco offre tracce attinte dal repertorio della PFM, come le celebri “Impressioni di Settembre” o “Maestro della voce”, accompagnate però dal “flauto magico” di Ian Andersen, che con i suoi virtuosismi contribuisce a creare l’atmosfera adatta a celebrare il prog italiano. Degna di particolare nota è l’arrangiamento della PFM di “Bourée”, tributo della band al frontman dei Jethro Tull e che accompagna l’effettiva entrata in scena di Ian Anderson.

Due icone si incontrano e nasce un capolavoro, con le sonorità tipiche del genere, in grado di far ritornare agli anni Settata, perfette per essere la colonna sonora della mia attività estiva preferita: non fare nulla.

Made in Italy – Ligabue (2016)

di Nicola Sechi

Un concept album interessantissimo e particolare, in cui Luciano Ligabue dà voce a 14 tracce che segnano un percorso nella sua vita. Si è capita la finalità del disco quando è stato annunciato che Ligabue avrebbe fatto uscire un film, Made in Italy, il 25 gennaio 2018. Le canzoni rappresentano quello che Ligabue sarebbe potuto essere se non fosse diventato quello che è; Riko (citato anche nella canzone Mi chiamano tutto Riko) è il suo alter ego come testimoniato dal film di cui è il protagonista. L’album va interpretato, non è possibile ascoltare le tracce come singoli pezzi uno distaccato dell’altro. Alla sua uscita il disco presentava un’ambiguità di fondo che è stata risolta non appena le persone hanno fruito dello splendido film in cui le parole e le piccole storie (tutti facenti parte della grande storia di Riko) dell’album hanno trovato un senso profondo. Il disco e, di conseguenza, anche il film, sono consigliatissimi per chi vuole cercare di capire qualcosa in più di quella che è la vita di un italiano che si è stufato di stare sempre dentro gli schemi e che cerca di evadere dalla quotidianità, avendo però sempre accanto l’idea di un paese che non lo abbandonerà mai. Chi ascolta l’album si immerge in un’altra realtà (ultimo brano della scaletta) che fa riflettere profondamente. Il tutto, rigorosamente, Made in Italy.

Giorgio Vanni Project – Giorgio Vanni (2010)

di Alessandro Ravasio

Una delle cose che più preferisco dell’estate sono i viaggi in macchina in compagnia di amici. Qualcuno mette un cd e si inizia a cantare a squarciagola. Magari mentre si è in coda in autostrada, e si canta in faccia al poveretto che è a fianco a voi in una monovolume piena di bambini urlanti.

Quale album allora è migliore di questo? Tutti i più grandi successi di Giorgio Vanni, tutte quelle sigle che vi hanno accompagnato da bambini, mentre a casa dei nonni non aspettavate altro che guardare i vostri cartoni animati preferiti. DragonBall, Pokémon, OnePiece, Naruto, Lupin. Sono passati anni, ma tutte le parole sono ancora lì nella vostra memoria, pronte per essere cantate a squarciagola un’altra volta insieme al Capitano.

7+ Inches of Love – The Apemen (2013)

di Damiano Kerma

Poche cose urlano estate come la giusta dose di surf rock ad accompagnare la giornata. È solo il caldo riverbero delle chitarre, un ritmo diventato simbolo generazionale e l’immaginazione che viaggia a vedere orizzonti rossi di sole: questa raccolta strumentale non ha bisogno di parole per trasformare una piscinetta da giardino in una calda spiaggia californiana. O in una cavalcata al tramonto nel west. O in un titolo di coda di Tarantino. O le tre cose insieme.

Il singolo di apertura Bajjad e la celebre Surf Dracula si affermano subito come inni nazionali della seconda ondata di surf rock (pun intended) degli Apemen, passando per una Crunch dai toni più scuri e nostalgici ma senza mai perdere un bpm, e il fascino di frontiera di una Cruisin’ che domanda di essere ascoltata indossando un poncho da spaghetti western.

A completare l’opera, fra gli altri live, una cover del mantra surf Misirlou e la reinterpretazione in pieno spirito american sunset di When Johnny Comes Wreckin’ Home. Se volete un consiglio per l’estate, tenete questo album per quei lunghi viaggi in macchina, nel tardo pomeriggio, con il mare già sullo sfondo, quando nessuno ha voglia di parlare ma tutti pregustano la vacanza. Ecco, quello è il momento. Mandateci una cartolina dal nirvana, appena lo raggiungete.

High as Hope – Florence and the Machine (2018)

di Gaia Grisanti

Oggi, 29 Giugno 2018, la band britannica dei Florence and the Machine fa il suo ritorno sulla scena con il quarto album della carriera, intitolato High as Hope, pubblicato a pochi mesi dalle date italiane del tour nel prossimo marzo.

Se nella musica vince chi soffre, a patto di non lasciarsi soffocare dal proprio malessere, Florence è la cantante che sa usare meglio di tutti la propria malinconia per creare qualcosa di musicalmente forte e profondo.

La bellezza di High as hope è proprio nel fascino ambivalente di Florence Welsh, in quella facilità con cui si spoglia dei pesanti vestiti della malinconia graffiante, abbandonandosi a una leggerezza musicale eterea e potentissima, con cui riesce ad allontanare tutti i suoi demoni e quelli di tutti noi.

High as hope è una poesia continua, un flusso di emozioni giocate sulla solitudine e sulla paura del vuoto delle relazioni, dove il sentimento dominante alla fine è sempre la speranza.

Da qui la decisione di non concludere l’album con il brano The end of love, ma con una speranza di felicità ritrovata nel giusto equilibrio tra gli altri e i bassi della vita, che si riflette nel pezzo finale No choir.

Vessel – Twenty One Pilots (2013)

di Antonio Pavone

Un fenomeno recente nella scena alternativa è certamente rappresentato dai Twenty One Pilots. Da fenomeno di nicchia esclusivo di pochi fan sfegatati, la band si è resa celebre su scala mondiale inchiodandosi nei primi posti di varie classifiche nazionali.

Per comprendere il loro ambiguo genere di musica, ma soprattutto l’exploit del 2015 (anno del loro più recente album, Blurryface) occorre senz’altro considerare Vessel (2013), terzo album in studio della band. Già cruciale per il successo del gruppo, perché primo ad esser prodotto per loro da un’etichetta (Fueled By Ramen, proprietà di Atlantic Records/Warner Music) e non indipendentemente, l’album si pone al centro della discografia dell’attuale duo proprio per una questione di stile. Ben 6 tracce, già contenute nel precedente LP, tornano qui in una nuova versione levigata – velato preludio dei futuri lavori della band -, mentre le altre 6 che compongono il disco costituiscono la naturale evoluzione di quanto già ascoltato nel loro omonimo album d’esordio. Da qui, si può quindi scegliere se proseguire l’ascolto cronologicamente, in direzione di tracce più ascrivibili al genere pop, ma mai prive di contamina, oppure a ritroso, verso lavori tecnicamente più semplici, ma ancor più genuini dal punto di vista dei contenuti.

Si tratta di brani che, ad un ascolto superficiale, possono a ragione apparire simili per una struttura collaudata che si avvale di percussioni e sintetizzatori, ma che si rivela, invece, funzionale proprio al testo.

In ogni caso, se siete alla ricerca di brani introspettivi, se non addirittura poetici, avete trovato ciò che stavate cercando.

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