Perché comprendere #PONTIDA2018 può aiutare a fronteggiare Salvini

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I MILLE VOLTI DEL SEGRETARIO FEDERALE (SCHERZOSAMENTE)

Viaggio spaziotemporale. Siamo all’inizio del mese corrente e nell’omonimo comune della Valle San Martino, tra Bergamo e Lecco, si tiene la trentaduesima edizione del Raduno di Pontida promosso dalla Lega. Domina la scena sul sacro pratone, oltre al tradizionale palco, la novità del colore blu e gli ormai consolidati slogan “Salvini Premier” apposto sul simbolo e “prima gli italiani” appeso su enormi striscioni incornicianti il multisfaccettato leader leghista.

È infatti un vicepremier-rockstar Matteo Salvini quando sale sul palco tra il plauso dei sostenitori o quando interloquisce con il proprio pubblico coordinandone -come un Freddie Mercury meno baffuto e con più barbetta- le gridate risposte (“C’è qualcuno qui che ha paura del diverso? No!” , “Giurate di non mollare fino a che non avremo liberato i popoli di questa Europa? Sì!”).

Ministro dell’Interno-capofamiglia che parla “da cittadino e da papà” per costituire un “patto d’amore e d’onore con voi”, un capitano vicino al popolo, venuto dal popolo e per quel popolo che ora si gode il calore dell’abbraccio paterno del Matteo non percepito come establishment (al contrario dell’omonimo Renzi, n.d.a.).

Senatore-crocerossino che annuncia pubblicamente di voler sospendere il proprio discorso fino a quando non giungerà “qualcuno ad aiutare la gente davanti [al palco, che iniziava a manifestare qualche malore a causa della calura estiva] tuonando dall’alto: “E allargate ‘ste cacchio di transenne e date una mano: questo è dedicato ai radical chic che domani commenteranno la brutta gente di Pontida”.

Segretario-guida spirituale che sprona le osannanti decine di migliaia di persone presenti a praticare il più nobile dei sentimenti poiché la “vita è troppo breve per odiare: (…) noi siamo il popolo che ama anche in memoria di chi non è più su questa terra”.

Statua di Alberto da Giussano a Pontida 2010

L’ “Albèrt de Giussàn”, personaggio leggendario del XII secolo che avrebbe partecipato alla battaglia di Legnano e alle vicende della Lega Lombarda. Clicca per saperne di più.

Sopra ogni altra definizione, tuttavia, Salvini è un uomo politico che sa il fatto suo e il Raduno non può che essere un ulteriore passo in avanti verso l’attuazione di un progetto politico che da un quinquennio la Lega a traino salviniano sta ponendo in essere. Pontida assume infatti un significato da un lato (auto)celebrativo e dall’altro cerimoniale in senso (ri)fondativo per il partito.

Proviamo ad andare un po’ più nello specifico – brevemente – nell’analisi di questi due aspetti.

LA RETORICA CHE HA PORTATO LA LEGA AL 30% NEI SONDAGGI (SERIOSAMENTE)

Pontida conferma che la dialettica, il modo di porsi e di argomentare di Salvini rientrino pienamente nella categoria negli ultimi anni ampiamente adoperata (e da un certo punto di vista rivendicata con orgoglio da ambo i lati dell’unione legastellata) di populismo

Agli slogan semplicistici e all’assenza quasi totale di critico fact-checking, Salvini  è però tra gli altri il migliore ad abbinare silenziosamente un costante approccio passivo-aggressivo che punta a promuovere la propria (Legittima? Per quanto possa non piacere: sì. Ma spesso politicamente scorretta) concezione della società tramite la delegittimazione dell’altro. Questo accade soprattutto con il sorriso sulle labbra e ostentando il proprio smaliziato rifiuto della violenza tramite espressioni quali “auguro lui/lei tutto il bene del mondo”, “lo/la abbraccio con il sorriso” o il recente “merita al massimo una carezza” riferito sui social a Saviano. Ed è strategico: se qualcuno volesse, sarebbe infatti più difficile bollare come intollerante, mafioso o fascista quanto così espresso.

Stesso copione a Pontida: “Renzi sta scorrendo gli annunci immobiliari in centro Firenze (si alza un Bu! generale) ma buon per lui: lo dico senza invidia e senza rancore. E allora perché lo dice? verrebbe da pensare, ma a chi soffre di indignazione precoce questo non importa.

Quando si tratta di proteggere i propri interessi, poi, la veridicità dei dati assume spesso importanza secondaria rispetto al fomento del sentire affermazioni gradite e di conforto. Così, quando dal palco si  parla ad esempio di crollo del numero di sbarchi nel primo mese di governo, durante il quale secondo il Ministro è stato fatto “più che altri in sei anni di dormite”, la lettura dei dati è oggettivamente parziale e la mezza verità gialloverde si rivela in toto solo alla luce della tendenza generale di diminuzione delle partenze, inaugurata dalla (criticatissima) dottrina Minniti, opera del governo precedente.

Il problema -anche morale- a monte rimane, ma non si parla ora della questione migratoria in sé quanto invece di una lettura dei dati propinata in maniera volontariamente semplicistica. I viaggi della disperazione si sono infatti ridotti di tre quarti dal 2017 al 2018 e in particolare nei primi due mesi dell’anno il numero complessivo si è dimezzato.

Come sottolinea poi un’analisi linkiesta:se teniamo conto dei soli arrivi da Tripoli, il calo attestato è dell’85,5%”. Dopo il 4 Marzo e il passaggio di consegne Gentiloni-Conte le partenze erano anzi momentaneamente aumentate “davanti al pericolo che il nuovo governo, allora in via di formazione, non volesse mantenere gli accordi presi con i militari libici: i rubinetti erano stati riaperti [così che] il ministro dell’Interno [era partito] subito per la Libia a tranquillizzare gli animi”.

La negazione della Dottrina Minniti a #Pontida2018

L’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti.

Dati. Numeri. Eppure con il mantra del governo del cambiamento anche la semplice possibilità che causa (secondo molti merito) di quanto descritto non possa essere attribuibile solamente al neoeletto Salvini, viene presto taciuta e coperta dall’assordante retorica di opposizione popolare alle figure che tramano nell’ombra per i propri interessi contro gli italiani: “Avevano calcolato che anche quest’anno avrebbero guadagnato 5milardi di euro [tramite l’immigrazione] ma consiglio a questi speculatori di cambiare lavoro”. Intendiamoci, la speculazione sulla pelle dei poveri e delle varie povertà del mondo da parte di chi dispone di più mezzi è qualcosa che si verifica e si è verificato nella storia dell’uomo in tutti gli angoli del Globo e in diversi contesti. Opportunistico e democraticamente dannoso è però lo sfruttamento delle sofferenze (vere) al fine di sfoderare la narrazione rassicurante e a tratti vittimistica del candido e uniforme popolo schiacciato da chi dall’alto lo progetta nel lungo termine diviso, meticcio e prostrato; trasformandone sfortune personali, problemi sociali ed effetti della crisi in complottismo (questo sì menzognero) plasmante il popolo in gregge.

In questi casi a vestire i panni della guida, la storia insegna, spesso non è un buon pastore nonostante in molti siano disposti a seguirlo, pendendo dalle di lui labbra anche quando le argomentazioni sono confuse oppure consistono nel riversare su folle impreparate rivelazioni minacciose. O entrambe le cose:

Forze dell’ordine che saranno dotate di pistole elettriche per essere più buoni, non più cattivi. (applausi) Noi stiamo lavorando per un’Italia con più sorriso e delle regole. Perché alcune finte riforme portano il dramma nelle famiglie: (applausi di nuovo anche se il collegamento non è chiarissimo) penso alla riforma che ha riguardato i malati psichiatrici. Che ha cancellato le strutture che curavano i malati condannando le famiglie al loro destino. Tutti i giorni è un bollettino di guerra perché lo Stato fa finta di niente: si volta dall’altra parte”. Applausi. Ora meritati per il volo pindarico nel minestrone della demagogia populista, con atterraggio al centro delle paure, perfettamente in piedi. Nessuno o quasi tra chi ascolta sa nel dettaglio cosa Salvini stia dicendo ma dev’essere accaduto davvero. E dev’essere stato tramato per gli interessi dei potenti.

COME NON DARE PER FORZA RAGIONE ALLA LEGA DELLE LEGHE (BREVISSIMAMENTE)

Salvini offre dunque un riscatto ai “popoli stroncati da chi (appunto… chi?) ha a cuore le sorti di finanza e multinazionali e ci ha offerto un futuro di paura. (…) Se dovrò ignorare uno zero-virgola di Bruxelles, per me conta meno che zero”. Uno zero descritto come calato dall’alto. Da lontano. Ora; si può discutere della necessità di riforma e di maggiore democraticità nell’Unione come del primato costituzionale sui trattati, ma come pronunciare Bяυχєℓℓєѕ basti a rigettare a pelle leggi o direttive resta un mistero. Come dire che poiché a Roma si legifera e discute in Parlamento e commissioni anche per i campobassani, la legittimità di tali atti dovrebbe essere messa in discussione per il solo motivo che la Capitale prende decisioni da lontano, dai palazzi del potere. Però è vero: come continua Salvini “Viene prima la felicità dei popoli…”. Rispetto a cosa nello specifico non si sa, ma si sente a pelle che dovrebbe essere così. Probabilmente prima delle discussioni noiose in merito a rischi di default e crisi economiche. O in merito ai diritti fondanti dell’UE. Cose che con la felicità dei popoli non hanno nulla a che vedere. (łⱤØ₦ł₵Ø).

UE bandiera al vento

Bandiera dell’Unione Europea mentre sventola non a Pontida.

[Tali] popoli in Europa non sono mai stati in conflitto così come lo sono oggie dunque la proposta: “cambiare l’Europa: le idee della Lega contageranno gli altri popoli e (…) l’Europa avrà la speranza di rimanere viva. Altrimenti vincono quelli per cui non esistono confini e regole: solo diritti senza doveri. (…) Sogno un paese rispettoso delle identità, un’Europa di popoli. (…) Grazie alla Lega l’Europa tornerà ad essere una comunità di donne e uomini che torneranno ad amarsi e a volersi bene.(…) Penso alla Lega delle Leghe.

Forse ha ragione. È giunto il momento di dirlo. Alzi la mano chi desidera che l’Europa smetta di esistere (qualsiasi cosa questo significhi), un mondo senza regole, una distopia di uomini-burattini-senza-storia sradicati da tutto, un futuro di uomini e donne che non si vogliano più bene. Ecco. Neppure Salvini alzerebbe la mano: siamo partiti da concetti suoi, d’altronde. Essere contrari a questa visione apocalittica del mondo, come Salvini, implica l’essere d’accordo con lui. No?

No.

La chiave per rompere questo inganno dialettico credo stia nel rifiutare la natura dicotomica alla base della narrazione populista, complottista e alt-right: il Se non sei d’accordo con questa visione sei dei nostri. Altrimenti stai con il problema. Non mi piace prendere la pioggia, quindi prendo l’impermeabile. Anche tu pensi che la pioggia sia oggettivamente brutta? Allora devi prendere proprio l’impermeabile. L’opzione ombrello è scartata implicitamente.  Non funziona così e alla sinistra converrebbe smontare questa parvenza o presto la Lega si ritroverà ben oltre il 30% dei sondaggi.

“In questi anni [loro] hanno tentato di toglierci le radici da sotto terra per trasformare uomini in consumatori a servizio delle multinazionali. (…) Non siamo numeri: uomini e donne.” L’alternativa è dire che gli uomini siano numeri. Chi si ribella a ciò dà ragione Salvini.

No.

Salvini a questa dialettica adottabile anche da marxisti, umanisti di sinistra ecc. unisce il conservatorismo identitario per cui solo i connazionali sono da proteggere in primis da grandi interessi e speculazioni economiche. Certo che non siamo numeri, ma non è l’ostentazione di certi stereotipi di italianità a scapito delle minoranze l’unica ricetta.

“L’Italia è bella perché diversa e mi piacciono le differenze di tutta Europa” da cui la Lega delle Leghe fondata su orgoglio, tradizione e sovranismo. Chi è contrario ad un mondo tutto uguale senza culture sostiene questa forma di assetto inter- e intra-nazionale di destra.

No.

L’Europeismo dovrebbe basarsi proprio sul principio In varietate concordia e l’assetto federale sia in Italia che in Unione potrebbe anche essere un modo di responsabilizzare i territori favorendo meritocrazia e creazione di opportunità, valorizzando bellezze e diversità tramite scuola e promozione culturale. Questo, consapevoli che la varietate nel senso più popolare del termine consista in cittadini che vivono cultura e realtà di ogni regione o provincia europea, che non ci si possa perdere nell’illusione di essere solo anonime figure perse nella storia del destino unico nazionale difeso dalle contaminazioni e credendo nell’integrazione perché le culture locali non vengono cancellate dal diverso/inassimilabile… Non è forse tutto ciò un’idea di federalismo differente?

 

“È criminale sradicare un essere umano, impedirgli di mettere radici”. Essere d’accordo con questa frase implica che solo il nazionalismo sia la risposta alle cause della migrazione o è possibile parlare anche di un problema serio di equità a livello globale che obbliga a spostarsi?

Ecco, il linguaggio di Salvini è semplicistico ma crea una precisa visione del mondo senza adagiarsi sul presente, un immaginario futuro nel quale riconoscersi e per cui sognare. Questo è mancato forse a una parte di sinistra che puntava a sradicare in toto la retorica nazionalista negandone i sintomi anziché le soluzioni proposte, senza pensare che potenzialmente dalle stesse radici forse si potessero ottenere alberi non malati e frutti non velenosi. Con le parole di un membro della minoranza  in Assemblea PD, che consiglio di ascoltare qui: “Valori di destra ma ricette che parlano ai bisogni. Se il primo decreto del Governo annuncia un contrasto alla precarietà ricevendo l’attenzione del sindacato ed il biasimo di Confindustria, tu puoi cavartela dicendo le stesse cose [della seconda, ma così non fornirai soluzioni] al mondo del lavoro o a chi, il lavoro, lo cerca”.

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