La questione DEF(icit?), ovvero perchè Di Maio si sbracciava dal balcone

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DEF 2019: Di cosa si parla?

Negli ultimi giorni potrebbe esservi capitato di incappare in qualche post sui social, servizio al telegiornale e -immancabilmente- meme satirici riportanti le immagini dei ministri 5 Stelle che si sbracciano festanti da un balcone di Palazzo Chigi, sporgendosi orgogliosi verso i sostenitori in piazza ed alle telecamere. È infatti già diventato un simbolo di trionfo o scherno il “Ce l’abbiamo fatta!”  gridato dal Vicepremier Di Maio in seguito all’approvazione in Consiglio della “Manovra del Popolo”: la bozza del DEF (Documento di Economia e Finanza che ufficializza le politiche economiche e finanziarie previste ed imposte dal soggetto emanatore quale il Governo).

Si concretizza dunque il temuto brusco cambio di rotta in seguito agli annunci del ministro dell’economia Tria delle ultime settimane atti a tranquillizzare i mercati ed il resto d’Europa sottolineando la prudenza che l’esecutivo avrebbe mantenuto in ambito di coperture, evitando ipotetici sforamenti del tetto del deficit e lasciando intendere che si sarebbe continuato sulla via della riduzione del disavanzo annuo dei governi precedenti dagli anni della crisi ad oggi, con un record nell’anno passato con un aumento di “solo” il 2,3%  e in previsione di uno 0,8% per l’anno prossimo.

Il Documento di economia e finanza (DEF) presentato dal governo precedente ad aprile scorso stimava un deficit che da previsioni non avrebbe superato infatti il punto percentuale del PIL per il 2019, seguendo la parabola discendente di cui sopra dettata dalla timida ripresa economica e dalle riforme, per poi ridursi grazie anche all’aumento dell’occupazione degli ultimi anni a quota zero (e storica cessazione della crescita del debito, ad oggi già oltre il 130% del PIL annuo) nel 2020.

La nota di aggiornamento al DEF indicherà invece il 2,4% e manterrà questo livello di indebitamento per gli anni 2019-2021. In tre anni si accumuleranno circa 105 miliardi di euro da finanziare in deficit.

Fare debito è sbagliato?

Nessuna legge della natura sancisce che sia giusto puntare a questo o quel risultato per quanto concerne i conti pubblici, né impedisce alla cosa pubblica di indebitarsi oltre i propri record storici (patti stipulati con gli altri Stati d’Europa ed alcuni passaggi costituzionali invece lo impedirebbero, ma questo è un altro discorso) e di tutto è lecito poter ragionare. Prima di dire la propria sarebbe però buon proposito aver acquisito i requisiti minimi di conoscenza in materia e in questo i pareri degli studiosi, modelli matematici, precedenti storici e libri di macroeconomia possono dare a noi tutti una mano.

Ciò premesso, in generale, se all’aumento del debito pubblico sono accompagnate politiche di investimento e crescita questo potrebbe essere in grado di contribuire a smuovere l’economia aumentando la domanda interna e l’occupazione, interpretando in termini “pro-debito” le dottrine di investimento pubblico ad alto moltiplicatore di scuola Keynes. Questo dipenderebbe tuttavia dalla qualità e dalla tipologia di politiche associate all’aumento del disavanzo e dal livello generale di debito su PIL dello Stato in questione (l’Italia si trova ad esempio subito dopo la Grecia in Europa con un rapporto altissimo e Keynes peraltro non parlava di prepensionamenti, condoni e reddito di cittadinanza) perché d’altro canto ciò aumenterebbe necessariamente l’esposizione della propria economia alle crisi ed alle speculazioni.

Come da video pubblicato sui suoi canali social dal Prof. Carlo Cottarelli: “Ai mercati, le regole europee [nel loro tecnicismo] non interessano”. Interessano invece l’affidabilità e la stabilità, e se è chiaro che il “valore da rispettare” in economia sia in sé una convenzione e non una costante scientifico-matematica, scientifico è invece il riscontro per cui: “maggiore il debito pubblico, maggiore il rischio di una crisi finanziaria”.

Adattando al nostro caso le parole del Professore: sottovalutare i problemi strutturali della nostra economia scegliendo di non applicare le regole che ci vincolino ad un qualsivoglia numero (regole che noi, a differenza degli studiosi ed addetti in materia, rischiamo pure di non comprendere fino in fondo) sarebbe potenzialmente distruttivo. Come partire dalla concezione -veritiera- che sorpassare il limite stradale di 50km all’ora non provochi necessariamente incidenti e che ciò provi in effetti che la cifra in questione non possieda, essendo una convenzione, assoluta precisione scientifica sulla sicurezza stradale; per poi decidere di aumentare la velocità di svariate decine di chilometri orari poiché oramai sfatato il mito del “vai a 50 all’ora o ti farai del male”.

Dopo i “saluti dal balcone”, infatti, gli interessi sui titoli di stato hanno subito una variazione che vede l’Italia giudicata meno affidabile a ripagare eventuali debiti e più economicamente insicura, a confronto soprattutto delle più robuste economie comunitarie. Per gli addetti ai lavori: lo spread è schizzato a 280 punti base.

“Non ci impiccheremo ai decimali” aveva detto Conte, anticipato dal “Se per far stare meglio la nostra gente dovrò ignorare uno zero virgola imposto (…)” di Matteo Salvini. Di numeri esigui da un certo punto di vista si tratta, ma è anche vero che a livello nazionale essi significhino centinaia di miliardi di euro che solo le future generazioni di lavoratori avranno il problema di ripagare.

Quei 280 punti indicano, ad esempio, non solo la possibilità di avventurarsi per più o meno stereotipate e politicamente scorrette analisi storiche (o barzellette) atte a sottolineare le differenze tra la germanica etica luterana del lavoro e il basso Indice di Sviluppo Umano di alcune zone d’Italia, ma soprattutto il fatto che le banche in difficoltà, nei cui bilanci si trovano parecchi titoli di Stato, decidano di far pagare di più gli interessi sui prestiti alle giovani coppie o che in mancanza di investimenti ci possa essere un calo della disponibilità pubblica con conseguenze gravissime nel lungo termine su occupazione e capacità di pagamento di pensioni e stipendi.

Argomenti paradossalmente di primo interesse nella manovra.

Nel merito

Per il resto è chiaro che i contenuti siano per molti elettori solo molto accattivanti e per altri motivo di speranza di veder realizzato quanto desiderato e promesso in campagna elettorale. Rimane forse però una generale sensazione di amarezza dettata dall’impossibilità degli esponenti di un governo orgogliosamente populista di resistere alla tentazione dell’esagerato bagno di folla per una semplice conferma tra Ministri di quanto già annunciato. Questo è infatti in parte sintomo del modus operandi dell’esecutivo in questi mesi: investimento continuo sull’immagine di sé (forse sfruttando da un lato un certo narcisismo dei politici pentastellati) in assenza totale di una discussione seria sia a livello dirigenziale che di elettorato sulla sostenibilità del mantenimento delle promesse elettorali sia dal punto di vista economico che, soprattutto, contestualizzando il tutto in una anche minima visione olistica e coerente di società, giustizia, meritocrazia, scienza, progresso, Europa, welfare, eccetera eccetera. Di che concezione di futuro e a che umanità parla Di Maio quando annuncia di aver “abolito la povertà”, prima di essere preso in giro da Crozza?

Ad ogni modo nel DEF saranno davvero individuate risorse per il reddito di cittadinanza e la pensione di cittadinanza. Stando ai calcoli del M5s il provvedimento nasce per  garantire un sussidio a chi cerca lavoro per 6,5 milioni di persone, ma se le cifre del DEF fossero confermate ci sarebbe con buona probabilità un restringimento della platea.

Stando agli accordi raggiunti, la manovra conterrà anche fondi per l’avvio della flat tax per i lavoratori autonomi (aliquota unica al 15% indipendentemente dal reddito),  il superamento della legge Fornero con Quota 100 (de facto possibilità di prepensionamento) e un fondo “per i truffati dalle banche”. Il costo inizialmente stimato intorno ai 33 miliardi di euro annui, potrebbe crescere a 40 miliardi, di cui una trentina in deficit.

E il resto dei soldi? Il governo ha presentato solamente una sommaria previsione di budget. Fino a poco tempo fa i grillini animavano con orgoglio le piazze proponendo di dimezzare gli stipendi ai politici (cavallo di battaglia momentaneamente abbandonato?) e di recuperare inoltre 30 miliardi “al primo consiglio dei ministri”(video).

Ad oggi, dopo aver più che punzecchiato Tria ed il “suo” ministero e dopo aver temuto che i soldi non si sarebbero trovati… I fondi effettivamente non sono stati reperiti nemmeno con gli annunciati tagli agli sprechi e si è giunti alla decisione di fare deficit.

Sprechi della politica - Post Di Maio

Uno dei post Facebook in cui Di Maio annunciava la lotta agli sprechi

13 miliardi potrebbero comunque essere reperiti tra tagli mirati alla spesa e condono fiscale. Punto, questo, criticatissimo da più fronti e soggetto ad accesi dibattiti interni alle forze di governo.

Il contratto di governo del Cambiamento prevede infatti la cosiddetta “pace fiscale” che, proprio come la parola “accordo” pare aver sostituito “inciucio”, sembra tabuizzare il concetto per molti versi analogo di “condono per evasori fiscali” (che possono essere sia in persone da anni in difficoltà economica, che pure tutti quei furbetti che le tasse hanno fatto in modo di non pagarle).

L’operazione consisterebbe nella chiusura delle cartelle esattoriali con un impatto una tantum sui conti, azzerando i debiti nei confronti dello Stato dei cittadini interessati o riducendoli al loro 10% per far riemergere poi l’eventuale economia sommersa e recuperare soldi di chi più tasse non poteva permettersi. Bene. Non si parla comunque di spiccioli che l’operaio di turno non riusciva a racimolare. Repubblica riporta le parole del viceministro Massimo Garavaglia a RaiTre: “il tetto massimo per negoziare ed ottenere la pace fiscale sarà 500 mila euro. Personalmente – ha aggiunto – un milione ci sta tutto, perché un’aziendina ci mette un attimo a cumulare un milione di arretrati”.

 

Nel caso così non fosse, altri fondi sono già stati recuperati riducendo i fondi per le periferie e dal taglio del Programma Europeo di Garanzia Giovani. E proprio i giovani sembrano essere coloro che trarrebbero meno vantaggio diretto da queste politiche, per poi risultare in futuro la fascia paradossalmente più colpita dall’aumento del debito.

Un esempio su tutti Quota 100. In un sistema pensionistico retributivo su modello italiano, soggetto prima a critiche per baby pensionamenti e retribuzioni d’oro (che i 5 stelle proporrebbero di tagliare) e poi per giudizi della Corte Costituzionale che ne impedisce particolari ridimensionamenti in quanto diritti acquisiti, se si abbassasse l’età pensionabile dai 67 anni attuali senza ridurre drasticamente la quota percepita, il tutto ricadrebbe nella fiscalità generale.

Fermo restando che valga altro discorso relativamente alla quota minima “di dignità” o “di cittadinanza” per pensionati poveri, in tale sistema nessuno sarebbe legittimato fino in fondo ad esempio ad affermare di “aver pagato tanti contributi per la propria meritata pensione” in quanto ogni persona avrebbe versato i suddetti a pensionati della generazione precedente, o allo stesso modo che “quando sarà il turno della generazione dei giovani d’oggi, anche questi vorranno andare in pensione perché avranno lavorato tanto e versato ancor di più”. L’empatia intergenerazionale è un fattore rincuorante e le rivoluzioni culturali o guerre di generazione di cui parlarono con differente leggerezza Mao nel Libretto Rosso o in Bombardare il quartier generale e poi Michele Serra ne Gli Sdraiati, non sono mai cosa buona. Oltre alla solidarietà tra padri e figli è comunque necessario però un certo senso di realtà e dire che i giovani, una volta trovato nella migliore delle ipotesi un lavoro soddisfacente finiti gli studi, anche in tal caso verserebbero contributi per un’altra generazione, a sua volta meno svantaggiata della loro e così via in un circolo vizioso dove le lontanissime pensioni dei giovani d’oggi saranno inferiori delle precedenti, tardive e di nuovo pagate dai loro figli (e così via).

Con un ultimo piccolo particolare: tutto questo in un’Italia dalla bassa fertilità e dall’altissima aspettativa di vita in cui il DEF investe più su distribuzioni a fondo perduto dei soldi ricavati sul deficit, che su investimenti finalizzati all’aumento dei posti di lavoro. L’ingresso dei giovani in quest’ultimo è peraltro più legato alla crescita che all’uscita dei pensionati da esso, l’ultimo a dirlo il professor Carlo Mazzaferro dell’Università di Bologna e l’aumento della spesa oggi (7 miliardi per il solo 2019 per quota100, per avere delle cifre),  che dovrà essere ripagata dal lavoro di altri, sarà un anticipo delle problematiche che al prossimo giro di giostra si ripresenteranno sempre più gravi.

Anziani di spalle che si danno la mano

L’Italia è il secondo Paese al mondo (dopo il Giappone, in foto) e il primo in Europa per numero di anziani sul totale della popolazione.

Un sistema non sostenibile che il Documento atto ad abolire la povertà non riforma, anzi, accelera. Nel 2045 gli italiani over-65 saranno un terzo della popolazione, tre ogni cinque persone in età lavorativa e non si sa se allora una crescita umanamente sostenibile saprà fornire nuovi posti di lavoro e se allora reddito di cittadinanza ancora sarà, tra i vari dubbi sui costi/benefici. Il forte rischio è di trovarsi in un sistema stagnante e fortemente assistenzialistico in un paese in cui nei prossimi anni il 2,4% di deficit annuo ricadrà sui 23 milioni di occupati che pagano le tasse (se solo al 15% non si sa. Si sa invece che siamo tra i peggiori in Europa per evasione fiscale con cifre umilianti) che si ritroveranno con più di centomila euro di debito pubblico per ciascuno. Pochi lavoratori attivi per sostenere politiche dalla dubbia efficacia per il resto della popolazione. Ecco perché, indipendentemente dalla Manovra e dai suoi esiti positivi o meno, una certa visione coerente del mondo in grado di declinare i concetti di lavoro, sviluppo, demografia, disuguaglianze e benessere sarebbe più utile al Paese del marketing Casalino proiettato su una balconata storica ma giocato sulla pelle della nostra generazione.

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