11/09: la tragedia che rivoluzionò il cinema

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Un mese fa è passato un altro anniversario da quel tragico giorno quale fu l’11 Settembre 2001, da molti critici indicato come un fondamentale spartiacque storico: due aerei dirottati dai terroristi di Al Qaeda colpirono le due Torri Gemelle del World Trade Center di New York (ovvero i grattacieli più alti della metropoli più famosa del mondo), un terzo venne dirottato contro il Pentagono e un quarto e ultimo aereo si schiantò in Pennsylvania grazie alla coraggiosa ribellione dei passeggeri. L’11/09 cadde un luogo che simboleggiava la potenza degli USA, considerati sicuri e inaccessibili, e di fatto caddero anche tutte le certezze del popolo americano. Il cinema ha avuto, e continua ad avere tutt’oggi, una funzione rilevante nel riproporre l’11/09 allo spettatore contemporaneo. Anzitutto quel giorno ha provocato in tutti coloro che assistettero uno sfalsamento percettivo: sembrava infatti di trovarsi in un film catastrofico. In questo senso, è stato importante il ruolo del secondo aereo, che ha permesso di “spettacolarizzare” l’evento: mentre i media e le persone pensavano inizialmente che sulla Torre Nord ci fosse stata qualcosa come un’esplosione di gas, con l’arrivo del secondo aereo nessuno ha più avuto dubbi sulla natura dell’accaduto.

Questa ripresa è stata fatta dai registi francesi Naudet e Hanlon, i quali la mattina dell’11/09 si trovavano a Manhattan per girare un film sulla vita di un pompiere. Sentendo un rumore provenire dall’alto, si voltarono con la cinepresa verso il World Trade Center e registrarono l’unica ripresa video esistente al mondo del primo aereo che si schianta contro la Torre Nord.

Tra i film di finzione sull’11/09, ne citerò solamente due, molto diversi tra loro ma ugualmente intensi. Il primo è 11 settembre 2001, film diviso in undici episodi (ciascuno della durata simbolica di 11 secondi e 09 secondi) diretti da altrettanti registi di fama mondiale, tutti di Paesi diversi: la scelta di registi di nazionalità diverse, e quindi con un bagaglio storico-culturale differente, ha permesso di avere una pluralità eterogenea di analisi socio-culturali e politiche. Tra tutti, uno particolarmente significativo è quello diretto da Sean Penn (unico regista statunitense), nel quale un anziano vedovo, che trascorre la sua vita da solo in un appartamento oscurato dalle Torri Gemelle, sfoga la sua solitudine parlando con la sua defunta moglie come se fosse ancora in vita e coltivando il suo vaso di fiori, appassiti per la mancanza di luce. Il crollo delle Torri, d’un tratto, riporta la luce nell’appartamento e rivitalizza i fiori: l’anziano è inizialmente felice, ma poi realizza in quel momento che la moglie è morta e non può vedere la rifioritura. Oltre che essere di una bellezza struggente, nonché giocare molto su una fotografia chiaroscurale grazie al binomio visivo e metaforico di luce/ombra, è evidente la metafora con gli USA, i quali hanno finalmente aperto gli occhi su una realtà che, senza l’attacco, sarebbe rimasta nascosta.

Alla fine dell'episodio, le Torri Gemelle crollano...

Un primo fotogramma tratto da 11 settembre 2001 nel quale è visibile l’ombra delle due Torri Gemelle, che prima oscurava la finestra e l’intero appartamento del vecchio, svanire a causa della loro caduta…

 

...e i fiori rinati danno gioia e consapevolezza al protagonista.

Un secondo fotogramma tratto da 11 settembre 2001, pochi istanti dopo quello poc’anzi citato, mostra invece la luce che inonda i fiori, i quali rifioriscono ma svelano subito il lungo inganno di cui era stato succube il protagonista.

 

Il secondo film è United 93 (Greengrass, 2006) che, con altissimi livelli di drammaticità, affronta le vicende del quarto e ultimo aereo dirottato durante l’11/09: esso infatti non si schiantò sulla Casa Bianca, scelta come ultimo obiettivo da parte dei terroristi, ma in un campo della Pennsylvania grazie alla coraggiosa ribellione dei passeggeri. Sebbene ci siano tanti altri film e documentari degni di nota, ho scelto questo perché la verosimiglianza con l’accaduto è quanto mai possibile: il regista e la troupe, dopo aver intervistato i parenti delle vittime e ascoltato le ultime drammatiche testimonianze di quel giorno, hanno optato per un film tutto sommato semplice. Il taglio è prettamente documentaristico, tanto che la maggior parte delle sequenze (soprattutto finali, nella parte dello schianto) sono girate con macchina a mano. Si rifiuta ogni cenno politico o spettacolare, nonché la presenza di attori troppo noti, e ci si concentra solamente sui probabili e ultimi avvenimenti sul volo United 93 e sull’estremo coraggio dei suoi passeggeri. Il risultato è un film unico nel suo genere, in grado di rappresentare perfettamente situazioni altamente drammatiche quali il caos, la perdita di controllo, il terrore e l’istinto di sopravvivenza.

Oltre a questi possiamo fare riferimento alla produzione di genere, cioè a quella che ha rielaborato e metabolizzato l’11/09 ma, anziché rappresentarlo, ne ha colto gli aspetti indiretti, quelli che riflettono il modo di guardare al mondo e al prossimo: si tratta dunque di storie che trasmettono paura, insicurezza e rabbia, dunque sentimenti comuni dopo quel tragico giorno.

A History Of Violence si concentra soprattutto sulla crisi d'identità e lo spaesamento post-11/09.

Tra le tante pellicole di genere e non che si possono elencare, tra i più importanti e celebri troviamo senza dubbio A History of Violence (Cronenberg, 2005), incentrato sulla crisi identitaria del post-11 settembre e sul parallelismo famiglia/USA…

 

Inside Man si concentra soprattutto sulla xenofobia e sull'impotenza generatesi nel post-11/09.

Inside Man (Lee, 2006), incentrato sull’anonimato delle identità dei terroristi e sulle ingiustizie della xenofobia senza volto americana…

 

The Village si concentra soprattutto sulla fobia dell'assedio e di una minaccia fantasma tipica del post-11/09.

…e The Village (Shyamalan, 2004), horror atipico incentrato sulla paura claustrofobica dell’assedio e di una minaccia astratta e confusa.

 

Il film sul quale però va fatta una profonda e accurata analisi è certamente il celebre e discusso La 25° ora, tratto dall’omonimo libro di David Benioff e diretto dal provocatorio regista Spike Lee, uscito esattamente un anno dopo gli attentati, nel 2002. La pellicola racconta la storia del giovane spacciatore Monty (Edward Norton), il quale ha 24 ore di tempo per capire chi lo ha incastrato, perché allo scoccare della 25° verrà incarcerato: così come lui saluta e critica la sua città, così fa il regista stesso, mostrandosi consapevole che New York non tornerà più ad essere quella di un tempo. La 25° ora è quindi quella della resa dei conti non solo per il protagonista, ma per l’intera città, per l’intera America che, secondo il regista, si è cercata il destino che l’ha colpita: questo è particolarmente nel famoso monologo allo specchio di Monty, il quale ricerca un capro espiatorio insultando senza mezzi termini qualunque etnia, persona, luogo e casualità della città. Alla fine, tuttavia, il protagonista stesso realizza che la colpa e solo la sua e che è inutile prendersela con gli altri: ha scelto la strada dei soldi facili attraverso l’illegalità, incurante degli altri, pensando di potersi permettere tutto. Di fatto, tutto ciò che hanno fatto gli Stati Uniti d’America negli anni precedenti all’11/09.
Più precisamente, facendo riferimento alla maestria registica e al virtuosismo tecnico, possiamo partire dall’incipit, il quale contiene già di per sé un forte legame con l’11/09. Nel mentre che scorrono i titoli di testa del film e le immagini di New York, sono presenti allo stesso tempo due fasci di luce blu, alti e molto potenti: si tratta dei due raggi che hanno sostituito le Torri Gemelle durante le celebrazioni del primo anniversario dal loro crollo. All’uscita del film lo stupore fu enorme, come lo stesso Lee voleva e si aspettava: gli spettatori infatti, ad eccezione dei newyorkesi, all’epoca non sapevano cosa fossero. Questa pellicola poi è la prima in assoluto a mostrare Ground Zero: questa espressione, che indicava un tempo il luogo di una massiccia detonazione, ora denota per antonomasia la specifica area occupata un tempo dalle Torri del World Trade Center. Durante una breve scena del film in cui due amici di Monty parlano del suo futuro, un breve carrello e un dolly inquadrano chiaramente e con freddezza l’enorme cratere di Ground Zero, dove si sta ancora lavorando per rimuovere le macerie e i detriti. Ci sono state tante idee e riqualificazioni di e su quell’area, ora luogo di monumenti in ricordo della tragedia, ma quella di Spike Lee è senza dubbio alcuno una delle più struggenti e polemiche riscritture di Ground Zero e, per estensione, di un America ferita e inerme.
Il regista decide poi di usare, oltre al suo tipico marchio di fabbrica “dolly shot” (che consiste nel posizionare un attore o un’attrice sul carrello della macchina da presa e farli muovere in contemporanea, dando l’impressione di un movimento fluido “da sogno”), un vasto repertorio di movimenti di macchina: dal montaggio frenetico durante i pestaggi di Monty e del suo amico Kostya, ai lunghi piani sequenza e alle ampie profondità di campo della città di New York, i quali appaiono freddi e desolati, rispecchiando appieno lo stato d’animo dei protagonisti e quello della stessa città dopo l’11/09. Il colore gioca poi un ruolo fondamentale: il blu acceso e la correzione cromatica, ovvero ciò che ricorre maggiormente nel corso della pellicola, sono talmente pervasivi da risultare tanto fastidiosi e opprimenti quanto le luci della discoteca che innervosiscono i protagonisti. Rodrigo Prieto (direttore della fotografia, tra gli altri, di 8 Mile e Frida) sceglie quindi di concentrarsi saggiamente su un’alternanza di colori freddi, grigi e cupi: l’effetto che si ottiene è quello di una luce naturale che, nelle poche scene in cui sembra addentrarsi nella storia, dà quasi fastidio. E, non a caso, queste scene coincidono esattamente con quelle in cui sembra che Monty possa avere una vita normale, senza “incasinamenti”, dove è possibile un’alternativa, una via di fuga, una soluzione.
In ultimo, non resta che la morale de La 25° ora e, dopotutto, di quasi tutta la filmografia del post 11/09: esiste un’alternativa, ma non si trova certamente nella violenza e nella sfrenata vendetta; piuttosto, essa si può intravedere a partire da una riflessione su se stessi e sulle proprie azioni.

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