No Tourists: la felice isola rave dei Prodigy

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Il big beat inglese non è morto. O almeno, questo è quello che ci ripetiamo quando guardiamo con occhi lucidi il santino di Fatboy Slim datato 1996 e da allora segretamente conservato nel portafoglio. La verità è che, più che in declino, l’elettronica britannica vecchio stile sembra ibernata, nella stasi di un genere che potrebbe ancora spopolare ma non osa fare capolino dai Best of dei nostalgici. Per questo abbiamo accolto No Tourists, ultima uscita del colosso EDM The Prodigy per l’etichetta TMttH, nella speranza di trovarci quel vento di novità che a tre anni di distanza dal controverso The Day Is My Enemy potesse riscolpire su pietra il nome simbolo di una generazione. O così credevamo. Settimo lavoro in studio della formazione britannica, il disco si presenta all’occhio inesperto come un interessante calderone pieno zeppo di riferimenti a brani passati. All’occhio esperto pure, perché i prestiti non sono per nulla mascherati, ma questo non è necessariamente un male.

Need Some1 apre l’album sotto i migliori auspici di un influsso drum and bass, eredità dei Pendulum, che dal 2004 di Always Outnumbered, Never Outgunned a oggi sembra essere diventato parte costitutiva del sound della band. Il livello qualitativo non si abbassa con Light Up the Sky, una delle punte di diamante della tracklist, ma già si sente puzza di bruciato. Qualcosa non va. Più ci si addentra nell’album, più ogni canzone lascia uno strano sapore in bocca, una vocina nella testa che chiede “Ma questa non l’ho già sentita?” I Prodigy non cadono mai nella ripetizione, ma è chiara la scelta di barricarsi nella fortezza di suoni che li ha consacrati fenomeno big beat – con una patina di rivisitazione da terzo millennio che viene a galla nel kick-snare della base ritmica. We Live Forever è la principale colpevole di un trend che, per buona parte dell’album, guarda con nostalgia al glorioso The Fat of the Land di vent’anni fa, rispolvera qualche nota rave da Invaders Must Die ed evita la scala diatonica come la peste, in perfetto animo Prodigy cultore del semitono. Scelta rassicurante sulle prime, certo, ma stanca in fretta. Fortunatamente la fiera del revival è spezzata da ventate di aria fresca, come il ben riuscito featuring degli Ho99o9 Fight Fire with Fire, o una Timebomb Zone che, pur non eccessivamente innovativa nei loop, promette grandi cose in live. Con qualche eccezione, l’abuso di vecchi sample non è così intrusivo, e lascia apprezzare una grande produzione elettronica, che prende in prestito un riffaggio a tratti heavy metal e lo reinterpreta in chiave synth. Cosa che i Prodigy sanno fare egregiamente – ma ce lo hanno già dimostrato almeno due decenni fa.

Intervistato prima della release, il leader Liam Howlett aveva annunciato che il disco avrebbe “recuperato i migliori elementi della band”. Non mentiva. La stessa No Tourists che dà il nome all’album è difficile da ascoltare senza immaginarla la sorellina teenager di Spitfire. Tuttavia, anche senza evidenti punte di eccellenza, la tracklist non presenta neppure cadute gravi. L’album scorre veloce, sempre a piena energia. Ma si esaurisce presto: No Tourists ha un minutaggio complessivo che non arriva a 40 minuti (contro i soliti 60), cosa che lo rende il disco più breve mai pubblicato dai Prodigy. Il ritratto che emerge è di una grande band chiusa nella sua isola stilistica, che attraversa una generazione di influenze uscendone praticamente vergine e illibata. I fan di lunga data non potranno restare delusi – No Tourists è un prodotto 100% The Prodigy. Ed è questo il problema.

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